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Vita da comandante: Intervista a Ivan Anzellotti

Vita da comandante: Intervista a Ivan Anzellotti
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Oggi vi propongo un post decisamente diverso dai soliti, perché vi propongo un’intervista. Ho incrociato Ivan sui social diverso tempo fa, trovando il suo profilo instagram, ed ho iniziato a seguirlo perché le sue foto scattate dalle cabine degli aerei  mi piacevano molto. Ivan ha lavorato in diverse compagnie aeree e ora vive ad Hong Kong (dopo essere passato per l’Italia, ovviamente, Qatar ed anche Taiwan)

Viaggiando tanto mi sono sempre fatta tantissime domande su tanti aspetti del viaggiare (per essere precisi, del volare). Alcune di queste domande derivano dalla mia curiosità di figlia di comandate (mio padre era un comandante di linea) che ha anche avuto la fortuna di poter sbirciare da molto vicino (prima del 2001, ovviamente) il lavoro dei “lavoratori dei cieli” e dal mio voler capire molti aspetti della vita di quelle persone che, chiuse nella cabine degli aerei, ci portano a destinazione: nel 99% dei casi non ne conosciamo la faccia, ma solo la voce perché l’abbiamo sentita per una manciata di minuti nell’arco di un volo intero, ma loro sono lì, concentrati sul loro lavoro, addestrati e pronti ad affrontare anche le emergenze più gravi (si, quelle che sotto sotto tutti noi speriamo non ci capitino mai).

Ci ho pensato un po’ prima di provare a scrivergli per sapere se aveva voglia (e ovviamente tempo) per rispondere alle mie domande e sono felice che abbia deciso di accettare! Ed ha anche scritto due libri, che prima o poi leggerò anche io. Ma ora lascio spazio alle domande a cui ha risposto già qualche tempo fa

Una volta essere un comandante era una sorta di status simbol: oggi è ancora così?
Dipende dal paese in cui vivi. In Europa ormai direi che nessuno si impressiona più del fatto che una persona sia un pilota o un comandante. Ma in Asia c’è ancora molto rispetto per questa professione considerata molto difficile. Purtroppo con l’avvento delle low cost che hanno distrutto il fascino che apparteneva alla professione del pilota e poi della pratica del “pay to fly”, per cui chiunque può pagare e diventare un pilota prima e un comandante molto rapidamente, la gente non ti vede più come una persona con delle capacità uniche e responsabilità uniche, ma come il figlio di papà che fa una cosa piuttosto comune. Anzi, c’è l’idea che fa tutto l’autopilota, e che quindi in realtà i piloti non servono a nulla.

Vedere sempre posti nuovi è la prima cosa che viene in mente a chi, da estraneo, pensa ai lati positivi di questo lavoro: ci sono degli aspetti a cui non si pensa?
il lato oscuro del viaggiare tanto è lo stare lontano dalla propria famiglia perdendo momenti importanti come la crescita dei figli, le feste e ogni altra ricorrenza importante. Poi, se invece lavori per una low cost, sei quasi un autista di bus, fai sempre le stesse tratte e la sera torni a casa a dormire. Ci sono generazioni di piloti nati e cresciuti con le low cost che non conoscono nessun posto del mondo, vedono solo gli aeroporti

Quali sono, invece, quelli che definiresti i “veri” aspetti negativi del lavoro di comandante?
Come detto prima, in certe compagnie è lo stare molto tempo lontano dalla famiglia, poi aggiungerei le lunghissime giornate di lavoro, fino a 14 ore al giorno per 2 soli piloti (di più se l’equipaggio è composto da più elementi) e il fatto di dover sempre studiare per rimanere aggionati sulle procedure anche utilizzando il proprio tempo libero.

Tra check list, controlli e procedure, ci sono gesti che, dopo anni, diventano una routine segui ormai e fai senza nemmeno più pensarci?
Routine direi di si, senza pensarci invece no: qualsiasi pomello, strumento o leva che tocchi pensi sempre a quello che fai. Chiaro che con l’esperienza si riescono a fare cose contemporaneamente perché richiedono minore attenzione, ma automatismi senza pensare direi proprio di no.

Mi viene in mente, parlando di incidenti, quello che viene chiamato “il miracolo dell’hudson”. Nelle ricostruzioni si sente dire, dal comandante, che nessuno era stato addestrato per un incidente del genere: c’è qualcosa, tra le possibilità che vengono considerate remote (o magari anche inesistenti), che un comandante spera sia davvero una possibilità remota o inesistente?
Fino a quel giorno una doppia avaria ai motori era considerata molto improbabile se non impossible. Invece é accaduta, la storia ci abitua che anche le cose più impensabili prima o poi accadono (legge di murphy). Ormai direi che ci aspettiamo di tutto. La prossima sarà un meteorite che prende in volo un aereo. Io sono pronto a tutto, per questo lo studio e la preparazione diventa fondamentale, per essere pronto all’imprevedibile

L’ultima domanda deriva dalla mia esperienza di figlia di un comandante: quando mio padre lavorava come comandante anche per me che vivevo il suo lavoro in senso lato era come vivere tutti in una grande famiglia. E oggi?
Forse in alcune compagnie è ancora cosí, non posso escluderlo, ma in genere direi che si sta perdendo questo sentimento di “famiglia”. Le compagnie sono sempre più fatte di stranieri che cambiano spesso da una all’altra e i manager pensano solo ai loro bonus di fine anno. Quindi ti limiti a fare il tuo lavoro e basta. È brutto dirlo, ma la passione per la professione sta scemando un po’ ovunque e la colpa é proprio di questi avidi managers che io chiamo i “passion killers”

NB: le foto che vedete sono state scattate da Ivan e le trovate proprio sul suo profilo Instagram.

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1 Commento

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1 Comment

  1. A seguito di alcuni commenti su FB mi preme chiarire che il paragone dei piloti che lavorano nelle low cost (me incluso) con gli autisti degli autobus non è sulla professionalità, ma sull’impiego, cioè nel fatto che si svolgono molte tratte al giorno senza mai fermarsi in alcuna destinazione, opposto ad una concezione di pilota (ormai più da lungo raggio) che fa un volo e si ferma 2/2 giorni prima di ritornare a casa.

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